Tutela della produzione vitivinicola da imitazioni e concorrenza sleale deve essere una priorità per l'UE

15 GIUGNO 2017

Circa un anno fa la Commissione Europea aveva avanzato la proposta di modificare il regolamento 607/2009 con l’obiettivo di liberalizzare il nome dei vitigni così da poterli utilizzare in etichetta senza le attuali restrizioni. In termini espliciti, attraverso la liberalizzazione delle etichette si apriva la possibilità di utilizzare i nomi di vitigni presenti nell’elenco della Commissione, con una semplice notifica a Bruxelles. Agli Stati Membri veniva, invece, lasciata la possibilità di mantenere l’esclusività del nome del vitigno laddove vi fosse anche l’indicazione di origine protetta.

Risultato di questa proposta sarebbe stato che i produttori di uno qualsiasi dei Paesi Ue avrebbero potuto utilizzare in etichetta anche i nomi dei vitigni riservati ad alcuni Stati in virtù della produzione di tali vini in specifiche località. Per fare un esempio, avremmo potuto leggere il nome di vini come “Lugana di Varsavia” o “Barolo di Bucarest”. Indubbiamente questa liberalizzazione avrebbe spalancato le porte a nuovi mercati da affari miliardari. Affari che, tuttavia, avrebbero avuto un grande perdente: l’Italia e il suo settore vitivinicolo.

Con 74 Docg, 332 Doc e 118 Igt (Dop e Igp) l’Italia è dal 2015 il primo produttore mondiale di vino con ben 48,6 milioni di ettolitri, circa il 28% del vino europeo. A Bruxelles spetta la competenza in merito al protocollo della produzione di ogni prodotto con una Indicazione Geografica e, di conseguenza, al Commissario per l’Agricoltura e ai suoi tecnici spetta il compito di definire le regole nel settore.

Quando la proposta sopra menzionata fu avanzata, fin da subito, in coordinamento con il Ministro Maurizio Martina e i colleghi deputati europei italiani, in particolare, quelli dell’Intergruppo Vino, costituito presso al Parlamento Europeo, ci siamo mossi per tutelare la specificità del settore e la necessità di rivedere quella proposta. Insieme a Coldiretti e a Unione Italiana Vini, è stato lanciato un campanello d’allarme. È stata espressa forte contrarietà rispetto a quel progetto che avrebbe fortemente danneggiato non solo il nostro settore vitivinicolo, ma avrebbe creato un sistema di concorrenza sleale nell’intera Unione.

Ad un anno di distanza si è ottenuto di bloccare questo percorso. Per questo è stata indirizzata, come iniziativa dell’Intergruppo, una nuova lettera al Commissario Hogan, in cui si esprime soddisfazione per il cambio di direzione. Nella lettera vengono poste però anche due questioni rispetto alla proposta di divisione di competenze tra UE e Stati membri rispetto alle denominazioni. In primis, si chiedono rassicurazioni sulle tempistiche per queste modifiche. È, infatti, importante garantire trasparenza e chiarezza in questa nuova procedura, per evitare che si crei incertezza e mancanza di fiducia negli operatori del settore. Inoltre, si chiede una puntualizzazione più esplicita delle competenze degli Stati Membri, da un lato, e dell’Unione Europea, dall’altro.

Misure e regole chiare sono il migliore alleato per garantire stabilità e crescita ad un settore di notevole rilevanza, che costituisce un modello di impresa, espressione della tradizione e cultura europea.