Tutela dei lavoratori europei verso l'Europa Sociale che vogliamo

Con l’avvento della globalizzazione, della digitalizzazione e delle nuove tecnologie, oltre che per il cambio delle preferenze professionali individuali, è sempre più crescente il numero di persone che, a causa del loro tipo di rapporto di lavoro o alla forma di lavoro autonomo, non hanno accesso ad un sistema di protezione sociale adeguato.

In Italia, ad esempio, a partire dal pacchetto Treu del 1997 e con la legge Maroni del 2003, la diffusione di contratti per somministrazione (già, interinali), part-time, di lavoro ripartito, di tipo accessorio (come i voucher), i contratti di natura occasionale (co.co.co.), nonché a progetto (co.co.pro.) ha indubbiamente rivoluzionato il mercato del lavoro, rendendolo, da un lato, più flessibile e, dall’altro, meno protetto, sia per la maggiore frammentazione, sia per la linearità dei percorsi lavorativi rispetto alla protezione sociale. In particolare, perché lo svilupparsi di nuove forme di occupazione si è accompagnato ad un significativo aumento dei cosiddetti lavoratori autonomi, non associabili ai cosiddetti “liberi professionisti” o “imprenditori”, ma ben più spesso a relazioni di lavoro di tipo subordinato.

Il fenomeno, chiaramente, non è solo italiano. A darci un quadro della situazione europea sono i recenti dati Eurostat che mostrano come i lavoratori autonomi e i contratti non standard costituiscano ormai una fetta significativa del mercato del lavoro. Nel 2016, nell’UE il 14% degli occupati era autonomo, l’8% a termine a tempo pieno, il 4% a termine part time e il 13% part time, mentre il restante 60% era costituito da lavoratori con un contratto a tempo indeterminato.

Per questo motivo, su sollecitazione del Parlamento Europeo e nel quadro dell’iniziativa sul Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, la Commissione Europea ha presentato una proposta di direttiva riguardante la creazione di condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili in tutta l’UE. Tra le innovazioni principali contenute nel testo presentato, in primo luogo, l’introduzione di una definizione a livello europeo del concetto di lavoratore, in modo tale che ogni forma di lavoro sia ugualmente, giuridicamente tutelata in tutta l’UE. In secondo luogo, l’introduzione di nuovi elementi essenziali del rapporto di lavoro che i datori sono tenuti a comunicare ai lavoratori non oltre il primo giorno dall’inizio della prestazione lavorativa, in modo da garantire trasparenza e prevedibilità di qualsiasi lavoro. Ad esempio, ogni lavoratore ha il diritto a sapere se la programmazione del lavoro è interamente o in gran parte variabile; l'ammontare delle ore retribuite garantite, la retribuzione del lavoro prestato in aggiunta alle ore garantite e, se la programmazione del lavoro è interamente o in gran parte determinata dal datore di lavoro: le ore e i giorni di riferimento nei quali al lavoratore può essere chiesto di lavorare; la durata minima del preavviso che il lavoratore riceve prima dell'inizio di un incarico.

Inoltre, la proposta prevede di stabilire un massimo di sei mesi per i periodi di prova, comprese eventuali proroghe, in modo da evitare che i lavoratori – soprattutto giovani – rimangano “intrappolati” in lunghissimi periodi. Sempre per i giovani lavoratori, molto importante anche il capitolo relativo alla formazione, con la richiesta (della Commissione) che sia interamente a carico del datore di lavoro, quindi gratuita per il lavoratore, e che sia conteggiata nel monte ore della prestazione lavorativa.

Come gruppo S&D in questi mesi abbiamo investito molte energie affinché il Parlamento Europeo arrivasse ad esprimere una posizione netta e chiara a favore di questo testo. Grazie ad uno sforzo congiunto e con l’appoggio delle parti sociali – sindacati in primis – e delle organizzazioni della società civile siamo riusciti a far approvare tutte le proposte prima in commissione, e poi, con 398 voti a favore, 208 contrari e 13 astenuti, in sessione plenaria, superando così gli ostacoli (posti sin da subito dai gruppi parlamentari di centro destra) e dando pieno mandato per l’inizio dei negoziati tra Parlamento, Commissione e Consiglio.

Un’Europa sociale che protegge i suoi lavoratori è l’Europa che vogliamo. Sta ora agli Stati membri dimostrare di voler fare altrettanto.